L'economia sociale non cerca benefattori. Cerca Clienti.

L'economia sociale non cerca benefattori. Cerca Clienti.

C'è una frase che, più di tutte, racconta il momento che sta vivendo l'economia sociale italiana: il problema non è convincere le aziende che l'impatto sociale abbia valore. Il problema è fare in modo che quel valore entri nei processi ordinari con cui un'impresa acquista beni e servizi. In una prospettiva di lungo periodo, questa scelta può diventare una leva di crescita per le aziende e, allo stesso tempo, un'opportunità concreta per il mondo non profit di rafforzare struttura, competenze e capacità di stare stabilmente nel mercato.

Per anni il dialogo tra imprese e Terzo Settore si è mosso soprattutto lungo il binario della filantropia, della responsabilità sociale o delle iniziative speciali. Oggi qualcosa sta cambiando. Sempre più aziende iniziano a chiedersi se alcune delle proprie necessità operative possano trovare risposta anche nell'economia sociale.

Si parla di forniture, di partnership operative e di scelte d'acquisto capaci di generare valore.

Può sembrare una sfumatura, ma è un cambio di paradigma.

Negli ultimi mesi, rappresentanti di grandi aziende appartenenti a settori molto diversi si sono confrontati su una domanda tanto semplice quanto impegnativa: in quali ambiti l'economia sociale può diventare un partner di business credibile?

Le risposte hanno disegnato una geografia sorprendentemente ampia. Dall'acquisto di beni e servizi solidali al welfare aziendale, dalla ristorazione alla logistica, dall'housing ai servizi socioassistenziali, fino alla cultura, alla rigenerazione territoriale e all'innovazione educativa. Un insieme di mercati nei quali imprese sociali e aziende possono incontrarsi se esistono le condizioni giuste.

Eppure il confronto ha fatto emergere una verità meno rassicurante.

L'ostacolo principale riguarda la costruzione di fiducia, conoscenza reciproca e accesso ai luoghi in cui si prendono le decisioni d'acquisto.

È la distanza tra due mondi che, ancora oggi, si conoscono poco.

Molte imprese dichiarano di non sapere quali servizi siano realmente in grado di offrire le organizzazioni dell'economia sociale. Non perché questi servizi non esistano, ma perché raramente diventano visibili nei luoghi in cui nasce una decisione d'acquisto. Il risultato è paradossale: capacità produttive presenti, bisogni aziendali reali e nessun ponte capace di farli incontrare.

Anche quando l'incontro avviene, emerge un secondo tema.

Nelle aziende il cambiamento nasce spesso dalle persone che utilizzano quei beni o quei servizi ogni giorno: chi gestisce una sede, chi coordina la logistica, chi si occupa delle persone, dell'innovazione o della comunicazione. Il procurement diventa il facilitatore del processo e le collaborazioni più solide richiedono il coinvolgimento delle linee di business e una chiara sponsorship del vertice aziendale.

L'altra faccia della medaglia riguarda però le imprese sociali.

L'impatto, da solo, non basta.

Per competere in un mercato B2B servono struttura amministrativa, capacità commerciale, affidabilità finanziaria, conformità documentale e la possibilità di crescere senza perdere qualità. È il passaggio necessario per trasformare una buona idea in un fornitore credibile, mantenendo intatta la propria missione.

È forse questa la riflessione più interessante emersa dal confronto.

L'economia sociale ha bisogno di essere messa nelle condizioni di competere, con strumenti, relazioni e percorsi di accompagnamento adeguati. Le aziende chiedono interlocutori affidabili, capaci di parlare il linguaggio dell'impresa e di portare un valore distintivo nelle filiere.

Tra questi due mondi esiste ancora uno spazio vuoto.

Riempirlo significa costruire strumenti che rendano visibili le imprese sociali, accompagnarle nella crescita organizzativa, aiutare le corporate a individuare i bisogni interni su cui sperimentare nuove collaborazioni e misurare il valore economico e sociale generato. È il lavoro che iniziative come IMPULSO e Includere per Crescere di ELIS stanno provando a rendere concreto: trasformare l'impatto in una componente ordinaria delle filiere produttive.

Per anni ci siamo chiesti come portare più impatto dentro le imprese.

Forse la domanda da porre oggi è diversa.

Come possiamo fare in modo che l'economia sociale venga scelta per la sua capacità di rispondere in modo efficace a un bisogno reale dell'impresa?

Quando questa domanda troverà una risposta concreta, l'inclusione diventerà sempre più parte integrante di un modo diverso e più generativo di fare economia. Perché il vero salto avverrà quando l'impatto smetterà di essere una scelta eccezionale e diventerà un criterio ordinario con cui decidiamo cosa comprare, da chi comprare e quale futuro contribuire a costruire.

Per approfondire le iniziative scrivere a: socialinnovation@elis.org

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